Boston marriage

di David Mamet

regia di Alessandro Del Bianco

produzione TeatroCinque

Foto di scena Boston marriage

Un interno fine Ottocento, due dame, una cameriera.
Apparentemente nulla accade. Il tempo si dilata in conversazioni che alternano istanti di affettata signorilità, a momenti in cui il linguaggio si colorisce di espressioni che non dissimulano ogni sorta di allusioni erotiche, interrotte soltanto dalle maldestre apparizioni della cameriera. La circostanza iniziale porta la giovane Claire a tornare nell’appartamento di Anna, per la prima volta dalla loro separazione, per convincerla ad ospitare un suo progetto di seduzione di un’ignara fanciulla. David Mamet, infatti, utilizza l’espressione "Boston Marriage" per alludere ad una unione di omosessualità femminile, senza che nessun dizionario lo confermi, lasciando risuonare gli echi del titolo del romanzo "The Bostonians" (1886) sulle prime femministe, in un’atmosfera generale di lesbismo piuttosto esplicito. L’arredamento mutato dal loro ultimo incontro e Anna indossa una ricchissima collana, donatale, come ogni agio, comprensivo di un lauto appannaggio mensile, dal suo nuovo amante.  Appresi gli intenti di Claire, Anna reprime la delusione, ma finirà  per accettare, mettendo come condizione di poter assistere - non vista - alla scena.
Claire si schermisce, poi cede al ricatto. Ma la giovinetta inaspettatamente, riconosce nella collana il gioiello della propria madre, rivelandosi essere proprio la figlia del signore dalla cui munificenza dipende tutto il benessere di Anna... Un Mamet insolito, ironico, divertente e divertito.


La regia risponde alla scrittura con l’obiettivo di raggiungere la realtà del testo, da un lato proprio attraverso la creazione di queste suggestioni uditive, visive, di desiderio tattile, legate alla parola e al suo potere di condizionare la vita altrui; dall’altro con una completa immersione nella psicologia dei singoli personaggi, e nelle loro relazioni, dove al centro è la recitazione realista non come stile, ma nella piena ricerca della realtà della scena, intesa come veridicità sensoriale, psicologica, vitale, che è una condizione imprescindibile del mio lavoro.