dai testi di Nazim Hikmet
drammaturgia di Alessandro Del Bianco
regia di Irina Galli
con Leonardo Bilardi, Valeria Impedovo, Petra Khruz, Leonardo Mancini
produzione TeatroCinque
|
Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia è
la mia nostalgia Ciò che ho scritto di noi è tutta verità ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia Berlino 1961 Nazim Hikmet |
Lo spettacolo nasce dall'incanto creato dall'incontro con le poesie di
Hikmet, così legate autobiograficamente al dolore di un'esistenza
fatta di continue separazioni e così capaci di indagare il rapporto
d'amore e l'incontro con l'animo profondo dell'essere amato.
Hikmet ci porta nella dimensione universale di quell'amore che così
raramente riusciamo a praticare nella vita:
il suo è un saper amare che valica i confini, le distanze fisiche,
che parla dritto al cuore della bellezza del femminile, fatto di speranza
nella disperazione, di occhi intelligenti che sanno accogliere, di gesti
quotidiani che mettono quel pizzico di ordine necessario al caos creativo
dell'artista.
Il suo è un esilio del corpo che non diviene esilio del cuore.
Seguiamo il percorso dell'uomo a contatto con le sue nostalgie, con i suoi
ideali, con la sua solitudine, che attraversa le contraddizioni e le umane
brutture, grazie alla forza, mai persa, del suo sentire.
La forza dei sentimenti e del legame tra Nazim Hikmet e l'amatissima
moglie Munevver Andac è evocata in scena dai due attori Leonardo
Bilardi e Petra Khruz, che attraversano il mondo poetico delle parole di
Hikmet, nello strazio della continua separazione, della distanza.
Lei nell'essere musa ispiratrice del poeta, raggiunta e aggrappata agli
scritti di lui, come unico strumento di contatto reale, con un uomo che
non c'è.
Lui vivo nel calore di istanti ricordati di un'agognata e impossibile
vicinanza, purificato dall'assenza, carnale nel tenersi stretta la memoria.
Il lavoro di teatrodanza di Leonardo Mancini e Valeria Impedovo, svolto
negli stessi spazi scarni, dà corpo ai frammenti degli istanti di
incontro, quando le anime si toccano e l'altro è il miglior occhio
possibile su noi stessi e la nostra nudità interiore diviene il
miglior nutrimento del cuore dell'altro.
Fino a quando si riesce.
Fino a quando l'altro cui ispiriamo le spinte migliori, verso il contatto
spirituale con la vita e con l'arte, non diviene un giorno, per caso,
distrazione o dissonanza schermo vuoto delle nostre proiezioni.
Inizia il disincontro, che chiunque abbia lasciato andare se stesso in un
incontro d'amore ha conosciuto.
Si tenta di rinnovare un incontro che non trova più la dimensione
assoluta, si cede al compromesso, si inizia la distruzione dell'altro,
nutrendosi delle sue parzialità, del suo essere incompiuto, fino
ad accusarsi di quell'irreparabile tradimento di sé.
Fino a crollare esausti ed esangui, stremati dalla lotta, svuotati del volere.
Forse le parole dell'artista, centellinate nelle notti insonni, dalle scelte estreme di non tradire se stessi e il proprio senso di urgenza nel vivere, possono guarirci le ferite, farci scoprire una dimensione esaurita nella quotidianità che, rinnovata nell'arte, può farci desiderare di tornare a dire "Ti amo, uomo".
Irina Galli
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
|
![]() |
![]() |
|
![]() |
![]() |